Camminando, rinascendo

Non è l’abbigliamento da ufficio il mio vero abbigliameto, non sono le scarpe da festa le mie vere calzature, né la metropolitana il mio vero mezzo di trasporto. Sotto una pioggia leggera ma insistente, circondata di alberi alti e saggi, con il viso bagnato e tutti i sensi attivati, chiudo gli occhi e penso, e mi sento soffocare. Mi sento soffocare dentro un tubo di metallo che corre rumorosamente in un tunnel buio e umido; mi sento soffocare costretta in una scarpa bassa e fintamente elegante, che prende gli apprezzamenti di chi mi sta attorno ma è insultata dai miei piedi; mi sento soffocare sotto un’acconciatura che reggerebbe solo se stessi ferma immobile in una stanza con 0% di umidità, un’acconciatura che vorrei mandare a quel paese subito, ma non si può, perché bisogna fare le personcine perbene. Mi sento soffocare. Allora apro gli occhi e vedo che agli alberi non gliene frega niente, della mia acconciatura. Sento che alla pioggia non gliene può fregar de meno di quello che indosso e la sento gioire e sghignazzare nel rimbalzarmi più insistentemente addosso, con le gocce che fanno gara tra di loro a chi riesce a penetrare più a fondo nei miei vestiti, nei miei capelli, nella mia anima.
Non è dalle insegne al neon che trarrò energia, né col rumore del traffico che mi rilasserò. Ovunque, il verde è talente brillante da abbagliare, e le foglie si muovono sotto la pioggia incessante come animate da minuscoli esseri che saltellano da una all’altra, animati da un entusiasmo selvaggio. La curiosità muove questi esseri che, saltando da una foglia all’altra, ci inseguono nella nostra passeggiata, nascosti, come per spiare cosa faremo, dove appoggeremo il piede la prossima volta, dove gireremo lo sguardo al passo seguente. E non faccio a tempo a girarmi, attivata da un altro movimento di foglie, che son spariti nuovamente, nel verde, lasciando dietro di loro solo le gocce che decorano il paesaggio. Non è un marciapiede il mio paesaggio preferito, né dalla ringhiera di una terrazza che vorrò guardare il mondo. Preferisco bagnarmi fino al midollo, con le mani bagnate e fredde nonostante sia piena estate, e inventarmi storie sul bosco e sugli animali che non ho mai visto ma chissà quante volte hanno visto me.

Il mio papà, la ritirata dei nazisti e la gelataia

L’altro giorno, con un’amica, son andata a vedere la mostra di Robert Capa. Robert Capa, per chi non lo conoscesse, è un fotografo di guerra. Lavorava e viaggiava al fianco delle armate americane durante la 2° guerra mondiale, ed è (purtroppo) famoso per aver documentato lo sbarco in Normandia vivendolo in prima persona. La mostra si chiamava Robert Capa in Italia, ed era incentrata sul periodo di tempo che il fotografo ha trascorso in Italia con l’avanzata delle truppe americane per la liberazione dai nazisti. Capa sbarcò in Sicilia nel ’43 e avanzò con le truppe fino a Cassino, per abbandonare l’Italia alla volta di Londra nel ’44, continuando con gli americani la liberazione dalla Normandia fino a Parigi. Ora, la cosa interessante di tutto questo è la mia ignoranza. Continua a leggere

Tra il tramonto e la Luna piena, in jeep a 160 all’ora

Corre. Come un pazzo. Mi tengo alle maniglie della jeep per evitare di schiacciare il mio compagno di viaggio o di spalmarmi sul finestrino, a seconda delle curve. Corre come se ne andasse della sua vita o stessimo scappando da qualcosa.
La jeep vibra ad ogni svolta, sassetto, dosso. Cioè sempre. Fa il pelo alle macchine che supera, sfanala infastidita gli Scania che marciano in senso inverso. Ad ogni dosso che superiamo mi aspetto il baratro dall’altra parte. Un incubo meraviglioso ed adrenalinico perché riesco stranamente a fidarmi dell’autista, sento che sa quello che fa. Tendendo i muscoli e puntando i piedi, spiaccico il naso sul vetro fresco e guardo fuori. Continua a leggere

Iddu

Non era come me l’aspettavo. Per niente. Io, dal Nord, figlia di istruttori di roccia e iscritta al Club Alpino dalla nascita, non pensavo avrei mai potuto tremare così tanto a sentire la montagna vivere e urlare. Ho arrampicato con le mie mani, sono scivolata, scesa sospesa nel vuoto, ma ciò che ho provato sentendo il vulcano esplodermi di fronte non lo posso né descrivere né spiegare. Viene da sotto, da dentro. Non da sotto i piedi, non da dentro la montagna, ma dal profondo dell’anima, delle viscere della terra, dell’universo.

Appena arrivata sulla vetta, è esploso. Esploso come esplodono i tricche tracche la notte di Capodanno, in accoglienza festosa, mancava la banda e il lancia fiori e olè, quadretto completato. Ma io non me la sono sentita, non mi sono sentita abbastanza degna di lui, non mi son sentita all’altezza della sua calorosa accoglienza.

La sua forza, l’energia che ha emanato in ogni suo scoppio, era la mia stessa energia, l’energia di cui è fatto il mondo. Vederlo e sentirlo così mi ha tolto il fiato, mi ha fermato il cuore per poi farlo ripartire a velocità supersonica, mi ha sballato tutti i 5 sensi per mescolarli tutti in uno solo, mi ha paralizzata.

“Sei umana” mi ha detto la guida. “Sei umana ed è normale, sei solo un po’ più sensibile degli altri a Iddu” mi ha detto, indicando il Vulcano attivo.

Iddu mi ha cambiata, scossa, commossa. Mi ha fatta sentire allo stesso tempo insignificante, microscopica e parte integrante della sua energia.

Come un mago prestigiatore che ti ruba il foulard per mostrarti un trucco di magia, lui mi ha rubato l’energia per mostrarmi a cosa apparteniamo tutti. Ma quando il mago finisce il trucco e ti restituisce il foulard, non riuscirai mai più a guardare quello stesso fazzoletto con gli occhi di prima, ora che da “Iddu” sono scesa e ha smesso di tremarmi l’anima, inizia a tornarmi l’energia, ma non è più la stessa energia di prima. Quell’energia frivola e superficiale se l’è presa lui, della serie “tu di questa non te ne fai nulla, dalla a me che ti faccio vedere io”. Se l’è presa e non mi ha dato niente in cambio, se non mettermi di fronte all’ordine dell’Universo.

E ora io, qui, ancora incredula, con il cuore che batte in modo diverso e gli occhi gonfi di commozione, cerco di recuperare pezzi di me stessa per seguire il suo consiglio e far parte dell’energia di quell’Universo che ha fatto l’onore di mostrarmi.

[racconto] La Buona Notte della Luna

Mi sono messa il pigiama, tentando di sforzarmi di trovare un po’ di stanchezza per andare a letto. Non avendo fatto nulla oggi, chi ha sonno?
Ho spento le luci, sistemato la sedia, i fazzoletti dimenticati in giro, la tazza della tisana. Me ne sono resa conto poco prima di uscire dalla stanza. Le luci erano spente ma da fuori entrava qualcosa d’argentato. Ieri non l’ho guardata, oltre ad essere stravolta e arrabbiata per mille motivi, mi avevano anche detto che c’era foschia e che si intravedeva appena. Lei sa che la cerchi se la cerchi, anche se ci son le nuvole o se sei dentro casa. L’ho lasciata giocare a nascondino, e io mi son trattenuta al caldo, limitandomi a pensarLa. Lei ha capito.
Ma stasera no. Il richiamo è stato forte, troppo forte, certe cose non si possono ignorare. Devo, mi son detta. A piedi nudi, come i bimbi che sbirciano se arriva babbo natale, sono uscita sul terrazzo. L’ombra della ringhiera era netta, evidente, brillante. Mi sono accoccolata appena vicino alla porta, come se a stare vicino alla porta si sentisse meno freddo, su un tappeto, stringendomi nel maglione troppo grande, il maglione di Innsbruk, come lo chiamo io. Mi ci son stretta stretta per non far entrare il vento e l’ho guardata fissa. Ancora con gli occhi gonfi, quasi che bruciano, ho notato subito che non era piena e mi son sentita mancare, così Le ho chiesto scusa. Mi dispiace, ieri non son venuta a cercarti, Le ho detto. Si è limitata a sorridere. Non si offende mai ma a volte mi rimprovera e mi dice a modo suo che avrei dovuto fare diversamente, che avrei dovuto crederci di più, che la devo smettere di fare i capricci.

Ma non stasera. Stasera è la mamma che mi abbraccia e mi dice che va tutto bene. Stasera è l’amica che mi dice che devo essere forte, stasera è la sorella che mi offre pane & nutella per tirarmi su di morale. Stasera è la Luna che ascolta, paziente, anche se sa già tutto perchè guarda e vede qualsiasi cosa, stasera è la Luna che lascia parlare anche se sa cosa dirò, se sa cosa vorrei, se sa cosa Le chiederò e per chi. Si limita a stare lì e sorridere, e non è mai quel sorriso antipatico e pesante di chi ti ascolta perchè deve, o che non vede l’ora tu finisca così ti racconta qualcosa di lui. È il sorriso di chi ha visto l’eternità e sa che ce l’ha anche davanti, il sorriso di chi sa cosa succederà ma non te lo dice perchè vuole che tu lo scopra da sola, crescendo, sbagliando, gioendo.
Ho parlato con Lei, ad alta voce, guardandola fissa, col naso all’insù e gli occhi sbarrati. Ignorando il vento, i piedi nudi, gli occhi gonfi. Ho parlato con Lei ad alta voce perchè è bello sentire il suono delle mie parole, perchè non mi ascolto mai. E poi chissene, son le 2, chi vuoi che senta. Ho parlato con Lei e le ho detto quello che mi andava, serenamente, come quel pomeriggio inaspettato d’estate in cui si scopre di essere a casa da soli, e appena usciti dalla doccia si mette la musica a palla e si balla in mutande come dei disperati in corridoio, facendo il microfono con la mano. Vomitando parole, così, senza pensare.
Lei ha visto i miei occhi, i miei piedi nudi, il mio maglione sformato. Ha visto le mie lacrime, i miei sorrisi, ha ascoltato la mia voce. Poi, sempre in silenzio, mi ha asciugato il viso, spostato i capelli dalla fronte, e ci ha posato un bacio. È ora di andare a letto, mi ha lasciato intendere, per oggi basta così. Domani sarai più forte.
Ci vediamo tra 28 giorni, ho sussurrato prima di addormentarmi.
v.
[per te]

 

doccia e vestiti puliti per aumentare l’autostima

Secondo me viviamo nell’era del troppo. E non è perché io son vecchia che non mi so accontentare delle piccole cose, non è perché non sono più bimba innocente che ho smesso di essere senza pensieri. È proprio perché la società oggi ci chiede troppo.
Devi sapere i risultati del calcio.
Devi sapere i gossip dei famosi.
Devi conoscere l’ultima canzone o l’ultimo tormentone con l’ultimo cazzone che balla a caso in un garage con delle fighe improponibili con gli occhi truccati da civetta.
Devi avere un supporto multimediale e molto costoso per poterla riprodurre a tutto volume in ogni momento della tua vita, cacando il c***o a chiunque ti stia attorno.
Devi avere qualcosa che sia tach scriiiin perché sennò “ma dove l’hai preso quel reperto archeologico? ma hai mica uazzapp? ma hai visto che grande e luminoso il mio schermo?”.
Devi metterti le braghe strette come dicono loro perché “mi dispiace signorina ma è questa la moda di quest’anno, i pantaloni ci sono solo effetto sottovuoto color melanzana brillante”. Graziealcazzo. E io che non ci sto che devo fare, vestirmi con la tuta vita natural durante?
Devi essere in forma e pronta per la prova costume, e te lo ricordano ad ogni angolo di strada. Vieni a fare zumba in oratorio, vieni a fare spinning tutt’insiemeevribadi al fitness day della sagra della polpetta, 70 euro entrata gratuita. Prova la nuova lezione di aquaboxing con annesse le lezioni gratuite del corso di cucito subacqueo, fondamentale per la tua linea, e per metterti i pantaloni brillanti di cui sopra.
Potrei fare la lista lunghissima di tutte le mega marche di cui la gente si ricopre, un po’ stile uomo viscido convinto di doverti comprare. Smettetela, non me ne frega niente di ste robe.

Perché, a volte, basta poco per sentirsi bene. E forse una doccia e un maglione pulito non guariscono dalla febbre o da una distorsione, non danno una fama mondiale o status simbol, ma di certo aiutano l’animo e aumentano l’autostima. E una buona autostima fa metà della strada.
v.

di quel n°4 gialloblu, che non saprà mai che lo guardavo mentre si grattava il culo.

Mi sveglio, mi alzo, ho freddo, non ho voglia di uscire dalla stanza. Alzo la persiana, entra la luce del sole, guardo fuori: stanno giocando a calcio in campo. Croce delle mie domeniche, ore 9 spaccate fischio d’inizio e questi iniziano a strillare corritirapassalancianooooooooo! finchè non resta che alzarmi. Guardo un po’ senza capire, tra una rimessa e un’altra i giocatori non san che fare. Il n°4 si ferma, fa finta di riposarsi. L’azione è sull’altra metà del campo, lui si guarda attorno, furtivo, e poi si dà una bella grattata al culo, felice e sereno che nessuno l’abbia visto.
Lui non lo saprà mai. Non saprà mai che io ero lì, ero dentro quel suo momento intimo assieme a lui, a guardare proprio lui e a sridacchiare di averlo sgamato.
Quante volte mi sarà successo?
Quante volte senza volerlo sono entrata nell’intimità delle persone, nelle loro azioni segrete e personali? Ho sorpreso persone scaccolarsi in treno, e felicemente congratularsi con loro stesse. Camminando per le strade, butti l’occhio nelle finestre aperte, rubando un attimo di familiarità, un momento di privacy. Una coppia che litiga, un signore anziano che guarda la tv, le parole portate dal vento di persone accanto a te al parco. La telefonata di un signore in coda al supermercato, il messaggio letto per sbaglio. Una volta ero in posta e un ragazzo ha scritto un sms alla sua (credo) ragazza. Lei era sotto la voce “PUCCI” o qualcosa di mieloso triglicemico simile. Ho dovuto soffocare le risate infilandomi la mano in gola.
Noi tutti facciamo le nostre cose convinti che nessuno ci veda, convinti di essere noi soli nel nostro mondo a tenuta stagna che nessuno potrà intaccare. I miei bimbi agli scout entrano in tenda la sera e iniziano a parlare a voce alta delle loro cose più personali (e a volte stupide), convinti che la tela che li ripara dagli occhi del mondo sia anche totalmente insonorizzata.

Quando ci si crea il proprio mondo, la propria cuccia, come dice la mia mamma, si è convinti di essere al riparo dagli occhi del mondo. Arrivi al ristorante e il tavolo che ti danno è un tavolo qualunque, uguale a tutti gli altri. Ma dopo qualche minuto, diventa il tuo tavolo, il tuo bicchiere spostato a sinistra con un po’ d’acqua e il segno del burrocacao sul bordo, il cellulare vicino al tovagliolo, la birra che hai ordinato tu. Dopo un po’ di tempo si crea una bolla attorno alle cose con le quali interagiamo che ci dà la sensazione di essere nel “nostro” mondo che è solo nostro e in cui nessuno può entrare. E diamo quindi il via a litigate, scaccolate, pianti, grattate di culo o boccacce convinti di essere a casa nostra in bagno, da soli.

Quante volte è capitato di rubare questi momenti agli altri? Ma soprattutto… quante volte sarà successo a voi di essere sorpresi da qualcun altro?
La cosa affascinante è che nessuno lo verrà mai a sapere.

V.

Caro Babbo Natale…

Caro Babbo Natale,

visto che la fine del Mondo non c’è stata e che evidentemente i Maya se ne sono andati in vacanza, sono spiacente di comunicarti che anche quest’anno ti toccherà lavorare.
Quindi meglio che ti metti comodo perchè mi sa che sarà lunga.
Ora, a me personalmente fregacazzo di pleistesciòn e UII, visto che possono costare 3mila triliardi e avere la grafica stràfica “chestilesembravero” ma a me dopo mezz’ora m’annoiano.
Non me ne può fregar di meno neanche di aipad o di menate TAC, perchè ho sempre le manine unte e spotaccine come quelle dei bambini, e con un taffanario che funziona a ditate sarei poco presentabile. No fenx.
Maglioni, magline, magliette, maglie, cazzi&mazzi ne ho a palate, quelle che ho le metto poco e comunque mi sono più che sufficienti.
Spesso ci contorniamo di oggetti status di cui neanche noi sappiamo bene l’utilità, si sa solo che bisogna averli perchè è figo che sia così, perchè ce l’hanno gli amici o pensiamo ci serva o ci piaccia.
In questo anno che sta finendo sono cambiate moltissime cose, e ogni cosa che è cambiata della mia vita mi sono detta “ecco, i Maya avevano ragione, è la fine di qualcosa e l’inizio di qualcosa di nuovo.” La fine del mondo così come lo conosciamo noi. In realtà, caro Babbo, ogni giorno qualcosa finisce per lasciar spazio a qualcosa d’altro, e noi neanche ce ne accorgiamo. Un giorno, un’amizicia, una scatola di biscotti, un libro, un impegno, un amore, la batteria del cellulare. La nostra vita è piena di cose che finiscono e noi le sorpassiamo così, senza dare loro nessuna importanza, aspettando il meglio, aspettando il domani, aspettando il dippiù.

Non ho regali da chiederti, caro Babbo. Porta alla signorina che ho visto oggi con le unghie rifatte l’Ipad che tanto sogna e senza il quale non può vivere. Porta all’uomo vestito trasandato un figlio che non sia omosessuale, come desidera. Porta all’imprenditore quell’affare che cerca di concludere da mesi che gli farà incassare milioni. Porta tutto questo, se questo è ciò che le persone desiderano.

Ma a me non me ne frega niente, caro Babbo. Io voglio un sorriso, uno solo. Qualcuno che mi dica Buon Natale col cuore e che lo senta davvero. Un bimbo felice di aver fatto una cosa che non credeva essere in grado di fare. L’entusiasmo di stare assieme. Una mamma riconoscente. Una famiglia serena e unita. Guarda giù Babbo, perchè abbiamo bisogno di più delle cose che non chiediamo che di quelle che chiediamo.

E’ un periodo duro per tutti. Per i miei amici lontani con la famiglia che lotta contro la morte. Per me che son laureata e disoccupata. Per l’uomo trasandato che ha detto che se avesse un figlio che si vestisse di rosa lo ucciderebbe. Per la cassiera del Brico che ha lanciato offesa i 3 centesimi di resto. Per tutti c’è sempre qualcosa che non va, ma io a tutti auguro un Sereno Natale, e per me chiedo solo una cosa:
O Signore, dammi la forza di cambiare ciò che può essere cambiato,
la pazienza di sopportare ciò che non può essere modificato,
e la saggezza per conoscere la differenza tra questi due.”

Grazie e Buon Natale a te, Babbo, che ancora, nel 2012, fai sognare i bambini.

*Auguri a tutti*

i buoni propositi che non rispetterai mai

E’ come l’inizio di un nuovo anno scolastico. Ne avevo già parlato da qualche parte, in un qualche racconto remoto, tipo arriva settembre, si corre in cartoleria, nuovi libri, nuove penne, nuovi quaderni dai fogli lisci vergini e pronti per essere imbrattati. Quando finisce l’estate si svuotano gli armadi, si tolgono le canottierine per far posto ai maglioni col collo alto, si inscatolano le ciabatte per tirar fuori gli stivali. E partono i buoni propositi, quesi buoni propositi che non rispetterai mai.
Ti iscrivi ad una palestra alla quale non andrai mai.
Ti imponi una dieta che non rispetterai mai nascondendoti dietro i “oggi sgarro ma domani sto leggera”, le classiche frasi pronunciate a stomaco pieno.
Io me ne sono imposti una valanga, di buoni propositi.
Studiare, stare meno a casa, trovare lavoro, cosare di più, fonfare di meno. Come dopo la confessione, quando ero piccola piccola che facevo catechismo. Vai a parlare col prete, a confessarti. Ok, sior Prete, com’è? Ho 8 anni che vuoi che abbia fatto a parte dire le parolacce e non aiutare mia madre a sparecchiare la tavola. Ahn sì, ho trattato male mia sorella, non le ho prestato la Barbie. Ok, 3 salti sul posto, 5 filastrocche, niente cioccolata per una settimana e comportati bene. Va ben, lo farò, loggiuro che lo farò. Arrivavo a casa tutta angioletta, e per mezz’ora ci credevo davvero, che non dovevo dire le parolacce.
Ma poi arriva l’autunno e il calduccio e le castagne e le serie TV e il pandoro con la panna montata e chi se li ricorda più i buoni propositi.
Sì sì, domani vado in palestra.
Sì sì, finisco questo pandoro e da domani sedano crudo scondito.

Figurarse.

V.

sicuro che mi scordo qualcosa

ora. di liste ne ho scritte talmente tante da coprirci la distanza da qui alla luna, con i fogli. penso sempre “ormai son abituata, fare uno zaino e partire non mi crea nessun problema”. invece immancabilmente ogni volta parte l’ansia. cosa mi sto dimenticando? e se mi serve questoquestoequell’altro? e se i bimbi non han questo? e i costumi? ma il forno a microonde mi serve? io mi porto anche il ventilatore, sai mai che in tenda fa caldo. no la tv no, non esageriamo, però il cappello a forma di giraffa quello sì, quello non si sa mai potrebbe servirmi, metti che a metà campo decidiamo che il tema diventa L’Arca di Noè? non vorrai mica rischiare, scherzi. 7 calzetti, 7 mutande, 7 donne, ogni donna 7 sacche, ogni sacca 7 gatte, ogni gatta 7 figli, gattini, gatte, sacche, donne, mutande e calzetti, in quanti andiamo al campo?
sicuro che mi scordo qualcosa.

*deliri*
v.