Camminando, rinascendo

Non è l’abbigliamento da ufficio il mio vero abbigliameto, non sono le scarpe da festa le mie vere calzature, né la metropolitana il mio vero mezzo di trasporto. Sotto una pioggia leggera ma insistente, circondata di alberi alti e saggi, con il viso bagnato e tutti i sensi attivati, chiudo gli occhi e penso, e mi sento soffocare. Mi sento soffocare dentro un tubo di metallo che corre rumorosamente in un tunnel buio e umido; mi sento soffocare costretta in una scarpa bassa e fintamente elegante, che prende gli apprezzamenti di chi mi sta attorno ma è insultata dai miei piedi; mi sento soffocare sotto un’acconciatura che reggerebbe solo se stessi ferma immobile in una stanza con 0% di umidità, un’acconciatura che vorrei mandare a quel paese subito, ma non si può, perché bisogna fare le personcine perbene. Mi sento soffocare. Allora apro gli occhi e vedo che agli alberi non gliene frega niente, della mia acconciatura. Sento che alla pioggia non gliene può fregar de meno di quello che indosso e la sento gioire e sghignazzare nel rimbalzarmi più insistentemente addosso, con le gocce che fanno gara tra di loro a chi riesce a penetrare più a fondo nei miei vestiti, nei miei capelli, nella mia anima.
Non è dalle insegne al neon che trarrò energia, né col rumore del traffico che mi rilasserò. Ovunque, il verde è talente brillante da abbagliare, e le foglie si muovono sotto la pioggia incessante come animate da minuscoli esseri che saltellano da una all’altra, animati da un entusiasmo selvaggio. La curiosità muove questi esseri che, saltando da una foglia all’altra, ci inseguono nella nostra passeggiata, nascosti, come per spiare cosa faremo, dove appoggeremo il piede la prossima volta, dove gireremo lo sguardo al passo seguente. E non faccio a tempo a girarmi, attivata da un altro movimento di foglie, che son spariti nuovamente, nel verde, lasciando dietro di loro solo le gocce che decorano il paesaggio. Non è un marciapiede il mio paesaggio preferito, né dalla ringhiera di una terrazza che vorrò guardare il mondo. Preferisco bagnarmi fino al midollo, con le mani bagnate e fredde nonostante sia piena estate, e inventarmi storie sul bosco e sugli animali che non ho mai visto ma chissà quante volte hanno visto me.

La Soddisfazione

La soddisfazione ha sfumature diverse per ognuno di noi. Per quanto giochiamo agli eterni insoddisfatti, e LAMENTARSI sia lo sport nazionale per eccellenza, (sticazzi il calcio, visto che ci si lamenta anche di quello), c’è molta più soddisfazione attorno a noi di quanta se ne voglia ammettere. Ecco alcuni esempi.

La soddisfazione è prendere la metro al volo dopo aver corso come un rinoceronte, sguajatamente e perdendo ogni briciolo di dignità. Talmente soddisfacente da non permettere di mascherare il sorrisetto soddisfatto.

La soddisfazione è svegliarsi di soprassalto il sabato mattina alle 8, e dopo 5 secondi di puro terrore realizzare che è sabato. Alzarsi, andare al bagno, sfanculare tutto e tornare a letto come se non ci fosse un domani. O un pomeriggio. O qualsiasi altra cosa degna di nota. Continua a leggere

Non andare a Porta Portese se non sai di cos’hai bisogno

Andare a Porta Portese significa un sacco di cose. Significa prima di tutto svegliarsi ad un’ora improponibile la Domenica mattina, uno di quegli orari che riservo (non senza qualche bestemmia) alle levatacce per gli scout, agghindate dalla classica frase “odio gli scout perché mi devono far svegliare a ‘ste ore inumane lasciatemi dormire”. Significa svegliarsi presto, attraversare Roma tirando su man mano una carovana di pellegrini turistici sempre più folta, tutti vestiti seguendo esattamente il decalogo del turista delle più ovvie guide: armatevi di pazienza, borse e zaini ben chiusi e occhio ai borseggiatori! Continua a leggere

voce del verbo avere

Ho incontrato un uomo tatuato fino alle orecchie, ticchettare nervosamente con le dita sulle gambe, come se avesse fretta che qualcosa di fastidioso finisse.
Ho visto un bimbo con le gambe che non toccavano terra, bere avidamente da un brick di succo alla pera e rifiutare una merendina al cioccolato offertagli dal padre.
Ho incrociato una donna super truccata, con capelli e mani in ordine, vestire scarpe troppo grandi per lei su piedi brutti con lo smalto sbeccato.
Mi sono innamorata del ragazzo abbronzato dagli occhi azzurri e l’espressione assente e malinconica, mentre stava timidamente in piedi in attesa della sua fermata che, ahimè, non era la mia.
Ho sorriso ad un gruppo di ragazzi casinari che, dopo avermi vista infastidita sulla banchina, han rotto talmente tanto che son riusciti a farsi regalare un sorriso.
Ho aiutato un argentino in crisi che si soffiava con le mani, e quando rassegnato e sollevato dal casuale incontro col mio sguardo, mi chiede un fazzoletto e mi saluta con la frase “mi hai salvato la vita.”
Ho letto notizie inutili come “il divo di turno che si sfonda di cibo a Trastevere” della serie ma che davero? chissenefrega.
Ho ascoltato la mia musica con gli occhi chiusi, sperando che quel momento finisse il più in fretta possibile.
Ho odiato i cali di tensione al buio, ascoltando il mio cuore accelerare pregando di non perdere il controllo.
Ho aspettato, guardato, percepito, pestato e spinto, tremato e pianto.

Che meraviglia la Metropolitana.

s’inizia

s’inizia con una valigia che sembra uno di quei carrelli porta bagagli degli aeroporti, in cui ci hai messo tutto ma di cui non ricordi nulla.
s’inizia col firmare mille carte di cui non sei neanche sicurissima, fotocopiare tutte le carte, scannerizzare tutte le carte e stampare tutte le carte.
s’inizia con delle fototessere trovate, vecchie ma belle e che decidi di riprodurre.
s’inizia con poco anticipo ma con continui conferme.
s’inizia con un’assemblea nazionale che accelera le cose e che ti fa partire 2 giorni prima e non pensare a tutte le cose di cui ti sei dimenticata di cui sopra.
s’inizia tediando un’amica con dove andare, cosa fare, che linea prendere, e mi compri l’abbonamento che sennò finisce che sennò mi vien l’ansia e per carità che dopo sennò aiuto.
s’inizia con un giorno in uniforme in mezzo a scout che non conosci, a chiederti se la nostalgia così potente che hai di casa e dei tuoi bimbi aumenterà o diminuirà col tempo.
s’inizia da ospite, da provvisoria, guardandosi attorno.
s’inizia comprando un “cornetto” (come lo chiamano qua) al panificio sotto casa e girando per le strade attaccandosi a tutto città come salvagente, camminando stile “giapponese a roma”.
s’inizia col sole contro e col colosseo in contro sole.
s’inizia uscendo dalla metro travolta da un gruppo di giovani giapponesi che appena vedono il colosseo urlano  すげえええええええ!!!(LEGGI: SUGHééééééééé!!!) che in italiano sarebbe qualcosa di simile a CAZZOFIGATAAAAAA!!!
s’inizia con l’arrivare in anticipo in una villa 8centesca, immersa nel verde brillante di un parco enorme, che non avresti mai pensato potesse esistere in centro roma.
s’inizia con un giro turistico della biblioteca e dell’edificio a cura del presidente che ci mostra le terrazze, le sale, i bagni e le comodità, neanche stesse cercando di vendercela, mentre tu pensi ma io c’ho fame e vorrei un caffè.
s’inizia con uno che credo sia professionista di cui intrasento un impulso al cervello quando mi dicono il nome, ma di cui non ricordo altro. dicono che è bravo, dicono che è uno grande, io so che parla, parla tanto, dice belle cose, tante da non riuscire a scrivere e da preferire di stare con la bocca spalancata ad ascoltare (“chiudi la bocca, Michael, non sei un merluzzo!”).
s’inizia che ci si accorge di essere in mezzo a gente normale, gente che come te ha una laurea ma non sa che farsene, gente che come te non sa dove andare a stare e che come te viene da lontano.
s’inizia.
s’inizia e non si sa dove si va’ a finire.
vedremo.
v.