…e il tradimento da fine libro.

Arrabbiata, tradita. Sola.

Leggo, non molto ma leggo. Leggo storie immaginarie di famiglie sgangherate con nomi assurdi, fiabe di bimbi che saltano nel tempo, pippe storiche finte di casate mai esistite e intrighi inventati. Leggo e mi ci perdo.

Mi faccio coinvolgere, emozionare, mi perdo tra le parole e le pagine e le righe. Salto frasi a piè pari per divorare il contenuto, vinta dalla bramosia e dalla fretta di voler sapere cosa succede dopo, perché se non mi sbrigo la vicenda scappa, continua senza di me e io mi perdo pezzi. Questo comporta che spesso, quando ritorno coraggiosamente a rileggere un libro, mi ritrovo a leggere frasi mai lette.

Quando è uscito il 7° libro di Harry Potter, in casa velenosamente conteso tra le divoratrici della saga del maghetto saettato, ho dovuto rileggere il libro 6 o 7 volte per comprenderlo appieno. La prima volta leggevo una riga sì 3 no, senza comprenderla, senza davvero leggerla, forse solo vedendola, individuando le parole principali, e intuendone il senso. Nella mia testa uno schema tutto mio di come si poteva articolare la vicenda e via a continuare a divorare pagine su pagine senza pensare se ciò che avevo letto fosse sensato o no.

Immedesimarmi nei protagonisti mi è successo raramente, piuttosto mi siedo accanto a loro osservando avidamente ciò che fanno, ascoltando le loro storie, come una sorta di confidente che comprende e che si preoccupa dei pensieri e dei loro problemi. Un’amica fidata a cui raccontano tutto, anche ciò che non sanno, che ancora non vedono. Sul sedile posteriore delle auto che viaggiano, seduta su una roccia, in piedi appoggiata al frigo della cucina a guardare, ascoltare, vivere, gustare le vicende che mi si distendono davanti, senza poter far null’altro che proseguire e saperne di più, sempre di più.

E poi tutto questo finisce.

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di quel n°4 gialloblu, che non saprà mai che lo guardavo mentre si grattava il culo.

Mi sveglio, mi alzo, ho freddo, non ho voglia di uscire dalla stanza. Alzo la persiana, entra la luce del sole, guardo fuori: stanno giocando a calcio in campo. Croce delle mie domeniche, ore 9 spaccate fischio d’inizio e questi iniziano a strillare corritirapassalancianooooooooo! finchè non resta che alzarmi. Guardo un po’ senza capire, tra una rimessa e un’altra i giocatori non san che fare. Il n°4 si ferma, fa finta di riposarsi. L’azione è sull’altra metà del campo, lui si guarda attorno, furtivo, e poi si dà una bella grattata al culo, felice e sereno che nessuno l’abbia visto.
Lui non lo saprà mai. Non saprà mai che io ero lì, ero dentro quel suo momento intimo assieme a lui, a guardare proprio lui e a sridacchiare di averlo sgamato.
Quante volte mi sarà successo?
Quante volte senza volerlo sono entrata nell’intimità delle persone, nelle loro azioni segrete e personali? Ho sorpreso persone scaccolarsi in treno, e felicemente congratularsi con loro stesse. Camminando per le strade, butti l’occhio nelle finestre aperte, rubando un attimo di familiarità, un momento di privacy. Una coppia che litiga, un signore anziano che guarda la tv, le parole portate dal vento di persone accanto a te al parco. La telefonata di un signore in coda al supermercato, il messaggio letto per sbaglio. Una volta ero in posta e un ragazzo ha scritto un sms alla sua (credo) ragazza. Lei era sotto la voce “PUCCI” o qualcosa di mieloso triglicemico simile. Ho dovuto soffocare le risate infilandomi la mano in gola.
Noi tutti facciamo le nostre cose convinti che nessuno ci veda, convinti di essere noi soli nel nostro mondo a tenuta stagna che nessuno potrà intaccare. I miei bimbi agli scout entrano in tenda la sera e iniziano a parlare a voce alta delle loro cose più personali (e a volte stupide), convinti che la tela che li ripara dagli occhi del mondo sia anche totalmente insonorizzata.

Quando ci si crea il proprio mondo, la propria cuccia, come dice la mia mamma, si è convinti di essere al riparo dagli occhi del mondo. Arrivi al ristorante e il tavolo che ti danno è un tavolo qualunque, uguale a tutti gli altri. Ma dopo qualche minuto, diventa il tuo tavolo, il tuo bicchiere spostato a sinistra con un po’ d’acqua e il segno del burrocacao sul bordo, il cellulare vicino al tovagliolo, la birra che hai ordinato tu. Dopo un po’ di tempo si crea una bolla attorno alle cose con le quali interagiamo che ci dà la sensazione di essere nel “nostro” mondo che è solo nostro e in cui nessuno può entrare. E diamo quindi il via a litigate, scaccolate, pianti, grattate di culo o boccacce convinti di essere a casa nostra in bagno, da soli.

Quante volte è capitato di rubare questi momenti agli altri? Ma soprattutto… quante volte sarà successo a voi di essere sorpresi da qualcun altro?
La cosa affascinante è che nessuno lo verrà mai a sapere.

V.

cosa si porta la gente nelle valigie?

di cos’è che le persone non possono a fare a meno quando viaggiano? che segreti intimi si celano dietro le cerniere di sofisticate valigie 4-ruote-motrici? qual’è la prima cosa alla quale pensi quando sai che ti devi fare la valigia?
io quando all’aeroporto fanno i controlli random e aprono i bagagli, mi volto dall’altra parte. mi sento in imbarazzo. mi sembra di guardare una signora per bene che si cambia la maglia, o una mamma che di nascosto allatta il bimbo. momenti privati che imbarazzano me. cerco di evitare di guardare nell’intimo della gente, peggio di entrare a casa di qualcuno che non conosci mentre stanno litigando o mentre sono a cena.
sulle banchine delle stazioni sono più i rollare di ruote che non gli annunci dell’incomprensibile voce computerizzata. valigie di ogni tipo, forma e colore, con tentativi di personalizzazione e con l’aggiunta di ogni congegno di sicurezza possibile ed immaginabile.
e ogni volta che ne vedo una mi domando: chissà cosa c’è dentro. chissà cosa sente il bisogno di portarsi dietro quella signora, quel ragazzo, quell’uomo per bene.

mia madre quando deve fare la valigia la prima cosa che mette sul letto sono le mutande.
mio padre il borsello per l’igiene personale.
io quando so che devo partire mi preoccupo di avere le unghie tagliate e le medicine.
altra gente si fa il bagaglio all’ultimo, 2 cose e via, senza preoccupazioni, e poi son  quelli che prima della doccia “scusa c’hai mica il sapone da prestarmi?” e dopo la doccia “scusa ma il pettine non è che posso usare il tuo?”. oppure per automatismi, ad occhi chiusi, tanto poi non serve loro niente. che invidia, io ho l’ansia da bagaglio almeno almeno una settimana prima. e immancabilmente mi dimentico qualcosa.

ma tu, donna, perchè scegli il trolley piuttosto che la valigia, e tu, giovane uomo, perchè usi il borsone al posto dello zaino. perchè ti sei messo quei pantaloni stamattina, perchè ti sei truccata così prima di salire sul treno.

io so solo che quando viaggio non riesco a fare a meno di fotografarmi i piedi.

ognuno le sue.
v.