Sintetizzando un sogno.

Non so dove sono. Per venire qui ho seguito una macchina, gira destra gira sinistra, ad un certo punto mi son anche chiesta se fosse la macchina giusta da seguire. Sai che stile che si fermava nel parcheggio e scendeva uno che non avevo mai visto.
Sono circondata di persone che non conosco, mai viste, vestite strane. Non so dove sono, non riconosco il posto, non so dove sia il bagno. Calcolo la distanza da me alla porta, calcolo da dove vengono le luci, calcolo da dove viene il caldo, calcolo quante persone ci son nella stanza e quante ce ne potrebbero stare. Appena finiti i calcoli mi dimentico i risultati e mi dimentico perché li stavo facendo.
I visi sconosciuti mi guardano e mi sorridono, espressioni tutte uguali, come se tutte avessero una stessa maschera con l’espressione congelata. Qualche stretta di mano, qualche nome da scordare immediatamente, come i calcoli di prima. Mi appoggio ad un muro per non ingombrare il passaggio frenetico delle maschere, e mi accorgo che il muro appiccica. È tutto senza senso e mi richiedo come sono capitata lì ma continuo a non avere risposta.
Stacco la mia felpa dal muro, accetto una birra che mi viene offerta, apro la lattina, faccio per bere ed è vuota. Ne prendo un’altra ma non si apre. Le butto entrambe, ma quando mi giro sul bancone ce n’è una aperta con un bicchiere pieno vicino, comparso dal nulla. Mi dico che dovrei essere spaventata, penso che non è un avvenimento logico, ma son tranquilla quindi prendo il bicchiere e bevo. Le maschere mi tranquillizzano e con il loro sorriso di cartone mi assicurano che va tutto bene.
Non capisco cosa mi dicono, parlando tutti assieme vengono coperte da un rumore assordante, sempre uguale, sempre più forte. Vedo una faccia conosciuta, una faccia senza maschera, mi abbraccia, mi sorride, mi bacia. Ma continuo a non capire quello che mi dice e mentre parliamo diventa qualcun altro e a me continua a sembrare normale.
Solo il posto sconosciuto non cambia. In un momento di silenzio ripartono i calcoli, che ore sono, dove ho messo la macchina, avevo la giacca, dove ho messo la giacca. La faccia conosciuta è sparita, e io sono improvvisamente in un altro posto, la stanza è scomparsa e sono in mezzo ad un prato, con un sole accecante e tantissimi fiori.
Chissà dove ho messo la giacca.

Decalogo del Buon Viaggiatore – Ovvero come evitare di minare la mia già bassa soglia di tolleranza del Prossimo Viaggiante

1. Le tue gambe ingombrano esattamente come le mie. Staremo comunque scomodi, quindi fattene una ragione e fammi posto.
2. Continua a leggere

La Soddisfazione

La soddisfazione ha sfumature diverse per ognuno di noi. Per quanto giochiamo agli eterni insoddisfatti, e LAMENTARSI sia lo sport nazionale per eccellenza, (sticazzi il calcio, visto che ci si lamenta anche di quello), c’è molta più soddisfazione attorno a noi di quanta se ne voglia ammettere. Ecco alcuni esempi.

La soddisfazione è prendere la metro al volo dopo aver corso come un rinoceronte, sguajatamente e perdendo ogni briciolo di dignità. Talmente soddisfacente da non permettere di mascherare il sorrisetto soddisfatto.

La soddisfazione è svegliarsi di soprassalto il sabato mattina alle 8, e dopo 5 secondi di puro terrore realizzare che è sabato. Alzarsi, andare al bagno, sfanculare tutto e tornare a letto come se non ci fosse un domani. O un pomeriggio. O qualsiasi altra cosa degna di nota. Continua a leggere

Cercare stanza

Ormai non è più un mistero: sto cercando casa a Roma. A vedere le pioggie di annunci su Porta Portese e affini sembra assurdo non trovare in tempo zero, invece tutto ciò mi sta rendendo la vita come dire…un po’ difficile.

Stanza numero 1:
arancione fino a metà, a sembrar vittima di un’inondazione di arance. Inquilini solo ragazzi, entusiasti della loro casa, 30 anni in 3, di quelli che la mamma gli manda i bancali di lasagna perché mangia povero caro sennò mi deperisci. Continua a leggere

Non andare a Porta Portese se non sai di cos’hai bisogno

Andare a Porta Portese significa un sacco di cose. Significa prima di tutto svegliarsi ad un’ora improponibile la Domenica mattina, uno di quegli orari che riservo (non senza qualche bestemmia) alle levatacce per gli scout, agghindate dalla classica frase “odio gli scout perché mi devono far svegliare a ‘ste ore inumane lasciatemi dormire”. Significa svegliarsi presto, attraversare Roma tirando su man mano una carovana di pellegrini turistici sempre più folta, tutti vestiti seguendo esattamente il decalogo del turista delle più ovvie guide: armatevi di pazienza, borse e zaini ben chiusi e occhio ai borseggiatori! Continua a leggere

Gli uomini, l’attesa, lo smartphone e le sigarette

L’uomo (inteso come genere umano, che, purtroppo, nella lingua italiana è un po’ riduttivo a livello di genere) non sa aspettare. Ma questo è risaputo. Nell’era del tutto-subito-ovunque, abbiamo dimenticato la meraviglia dell’attesa, della sorpresa. O la semplice pazienza per queste.
I regali si sanno prima perché “vado con lui/lei a comprarlo, così son sicuro/a di non sbagliare”. Quando non ci si ricorda qualcosa, Google e via. Una volta si sfogliavano le enciclopedie, o si faceva a gara a chi si ricordava prima. Continua a leggere

[On My Way Back To Rome] Chapter 4 – Panino col Salame & Succo alla Pera

sottotitolo: La Felicità.
Scenario: La gita Scolastica. Svolgimento: Quando che è il momento che andavo in gita scolastica, sono contenta. La mamma mi fa sempre lo zainetto e me lo riempie di cose buone. Io poi ci metto la macchinetta fotografica che mi ci piace fare le foto ai miei michetti. Quando che montiamo sull’autobus vorrei sedermi sugli ultimi posti infondo a 5 sedili ma non mi lasciano mai perché non sono abbastanza amica loro. Allora io mi mangio le mie caramelle e non ce ne dò gnanche una.
Quando che è ora di pranzo e le maestre ci dicono di mangiare, io ho il panino col salame a l’aglio e il succo alla pera, e anche se faccio i rutti che puzzano poi sono felice in mezzo alle briciole.

(traduzione: pranzo)

 

[On My Way Back To Rome] – Chapter 3 – Carrozza 3, Posto 7D

Regolare come qualsiasi cosa che non sia italiana e men che meno romana, sul mio posto c’è seduto qualcun altro. Per evitare la danza dell’idiota, io sarei lì ma mi son spostato qui ma che poi sarebbe il suo posto ma l’ha dato a me perché ad andare indietro le viene la nausea, sà… addocchio il primo posto libero, farfuglio un it’s not a big deal e mi pongo, sperando di star serena il resto del viaggio.
Prego Iddio che il vero proprietario del posto sia il tizio che ha preso il mio, e nella mia testa si susseguono figure di scambi umani stile giochetti anni ’80 che trovavi nelle patatine, quei rompi capo a 15 tesserine che dovevi rimettere in ordine crescente spostandole una alla volta nel posto vuoto.
Fortunatamente Sua Santità del Posto Libero mi assiste e mi lascia libera. Compagni di viaggio: i 2 turisti cinesi più silenziosi della storia, una famiglia inglese corretta e composta, un americano fastidioso al mio diretto opposto e una ragazza di origini dubbie che dorme.

Neanche male.

[On My Way Back To Rome] – Chapter 2 – Stazione di Padova, l’attesa

Intesa da banchina, la famiglia guarda di nascosto il gruppo di amici che spia la coppietta che conta i bambini della famiglia e ognuno pensa “chi sarà il mio compagno di viaggio, chi sarà il mio vicino di posto che di sicuro mi annoierà con la sua musica e mi impesterà con il suo cibo da viaggio ho fame ho preso tutto speriamo di sì muoviti treno ad arrivare che devo andare al bagno”.
Gli italiani non sanno aspettare.
Non educatamente, almeno.

[On My Way Back to Rome] Chapter 1 – sull’autobus per Padova

Piove. Che cojoni. Discorsi standard sul tempo Mode-On. Siamo a Maggio, in Sicilia ci sono 40 gradi e la gente fa il bagno, erano 50 anni che non pioveva così, non ci sono più le mezze stagioni, sì Venezia è bella però non ci vivrei.
Passeggeri, in ordine di apparizione:
autista chiacchierone, gentile e permissivo. Mezzo autobus non ha pagato il biglietto perché non aveva soldi da cambiare;
romana in trasferta con giacca con collo di pelliccia stile oddio che freddo al Nord;
signora col capello apposto e mammamia tutta questa pioggia e mio nipote deve stare sempre dentro povero come se fa;
universitario-sfiga, 90 possibilità su 100 che sia ingegnere, col pelo in crescita in faccia e gusti seriamente discutibili in quanto a vestiario;
stranieri di tutte le sorti, fighe chiacchierone, stop.

Fa’ venire il vomito sto autobus a zigzagare per le parrocchie, evitando all’ultimo chi esce da messa, fermandosi e ripartendo ad ogni semaforo come un verme a spasso.

[to be continued…]