Chissà.

La donna arriva a casa e si smonta.
Scende dall’impalcatura, toglie i bulloni, la sicura, le scarpe anti infortunistica. Toglie il trucco che irrita, scende dai tacchi che gonfiano i piedi. Via gli orecchini che pesano, scioglie i capelli raccolti in code che tirano la pelle e fanno male la testa. Sfila i jeans che fasciano la gamba e tirano in vita, slaccia il reggiseno che stringe e lascia il segno sulla pelle. Continua a leggere

La Soddisfazione

La soddisfazione ha sfumature diverse per ognuno di noi. Per quanto giochiamo agli eterni insoddisfatti, e LAMENTARSI sia lo sport nazionale per eccellenza, (sticazzi il calcio, visto che ci si lamenta anche di quello), c’è molta più soddisfazione attorno a noi di quanta se ne voglia ammettere. Ecco alcuni esempi.

La soddisfazione è prendere la metro al volo dopo aver corso come un rinoceronte, sguajatamente e perdendo ogni briciolo di dignità. Talmente soddisfacente da non permettere di mascherare il sorrisetto soddisfatto.

La soddisfazione è svegliarsi di soprassalto il sabato mattina alle 8, e dopo 5 secondi di puro terrore realizzare che è sabato. Alzarsi, andare al bagno, sfanculare tutto e tornare a letto come se non ci fosse un domani. O un pomeriggio. O qualsiasi altra cosa degna di nota. Continua a leggere

Cercare stanza

Ormai non è più un mistero: sto cercando casa a Roma. A vedere le pioggie di annunci su Porta Portese e affini sembra assurdo non trovare in tempo zero, invece tutto ciò mi sta rendendo la vita come dire…un po’ difficile.

Stanza numero 1:
arancione fino a metà, a sembrar vittima di un’inondazione di arance. Inquilini solo ragazzi, entusiasti della loro casa, 30 anni in 3, di quelli che la mamma gli manda i bancali di lasagna perché mangia povero caro sennò mi deperisci. Continua a leggere

Non andare a Porta Portese se non sai di cos’hai bisogno

Andare a Porta Portese significa un sacco di cose. Significa prima di tutto svegliarsi ad un’ora improponibile la Domenica mattina, uno di quegli orari che riservo (non senza qualche bestemmia) alle levatacce per gli scout, agghindate dalla classica frase “odio gli scout perché mi devono far svegliare a ‘ste ore inumane lasciatemi dormire”. Significa svegliarsi presto, attraversare Roma tirando su man mano una carovana di pellegrini turistici sempre più folta, tutti vestiti seguendo esattamente il decalogo del turista delle più ovvie guide: armatevi di pazienza, borse e zaini ben chiusi e occhio ai borseggiatori! Continua a leggere

[On My Way Bact To Rome] Chapter 5 – La pennichella

Sono indecisa tra la testa che casca, gli scatti alle gambe o il rischio di sbavo. Quando son stanca son stanca, dormo ovunque, vero, ma tra “dormire” e “risposare” c’è un abisso, preferibilmente La Fossa delle Marianne, se proprio devo scegliere, ecco.
Resta il fatto che dormire in treno è come stare in due su un divano e raccontarsi di esser comodi.

Il massimo è addormentarsi di botto, svegliarsi di botto e rendersi conto che mancano 10 minuti di viaggio alla destinazione. Ovviamente, non mi succede mai.

‘Notte.

[On My Way Back To Rome] Chapter 4 – Panino col Salame & Succo alla Pera

sottotitolo: La Felicità.
Scenario: La gita Scolastica. Svolgimento: Quando che è il momento che andavo in gita scolastica, sono contenta. La mamma mi fa sempre lo zainetto e me lo riempie di cose buone. Io poi ci metto la macchinetta fotografica che mi ci piace fare le foto ai miei michetti. Quando che montiamo sull’autobus vorrei sedermi sugli ultimi posti infondo a 5 sedili ma non mi lasciano mai perché non sono abbastanza amica loro. Allora io mi mangio le mie caramelle e non ce ne dò gnanche una.
Quando che è ora di pranzo e le maestre ci dicono di mangiare, io ho il panino col salame a l’aglio e il succo alla pera, e anche se faccio i rutti che puzzano poi sono felice in mezzo alle briciole.

(traduzione: pranzo)

 

[On My Way Back To Rome] – Chapter 3 – Carrozza 3, Posto 7D

Regolare come qualsiasi cosa che non sia italiana e men che meno romana, sul mio posto c’è seduto qualcun altro. Per evitare la danza dell’idiota, io sarei lì ma mi son spostato qui ma che poi sarebbe il suo posto ma l’ha dato a me perché ad andare indietro le viene la nausea, sà… addocchio il primo posto libero, farfuglio un it’s not a big deal e mi pongo, sperando di star serena il resto del viaggio.
Prego Iddio che il vero proprietario del posto sia il tizio che ha preso il mio, e nella mia testa si susseguono figure di scambi umani stile giochetti anni ’80 che trovavi nelle patatine, quei rompi capo a 15 tesserine che dovevi rimettere in ordine crescente spostandole una alla volta nel posto vuoto.
Fortunatamente Sua Santità del Posto Libero mi assiste e mi lascia libera. Compagni di viaggio: i 2 turisti cinesi più silenziosi della storia, una famiglia inglese corretta e composta, un americano fastidioso al mio diretto opposto e una ragazza di origini dubbie che dorme.

Neanche male.

[On My Way Back To Rome] – Chapter 2 – Stazione di Padova, l’attesa

Intesa da banchina, la famiglia guarda di nascosto il gruppo di amici che spia la coppietta che conta i bambini della famiglia e ognuno pensa “chi sarà il mio compagno di viaggio, chi sarà il mio vicino di posto che di sicuro mi annoierà con la sua musica e mi impesterà con il suo cibo da viaggio ho fame ho preso tutto speriamo di sì muoviti treno ad arrivare che devo andare al bagno”.
Gli italiani non sanno aspettare.
Non educatamente, almeno.

[On My Way Back to Rome] Chapter 1 – sull’autobus per Padova

Piove. Che cojoni. Discorsi standard sul tempo Mode-On. Siamo a Maggio, in Sicilia ci sono 40 gradi e la gente fa il bagno, erano 50 anni che non pioveva così, non ci sono più le mezze stagioni, sì Venezia è bella però non ci vivrei.
Passeggeri, in ordine di apparizione:
autista chiacchierone, gentile e permissivo. Mezzo autobus non ha pagato il biglietto perché non aveva soldi da cambiare;
romana in trasferta con giacca con collo di pelliccia stile oddio che freddo al Nord;
signora col capello apposto e mammamia tutta questa pioggia e mio nipote deve stare sempre dentro povero come se fa;
universitario-sfiga, 90 possibilità su 100 che sia ingegnere, col pelo in crescita in faccia e gusti seriamente discutibili in quanto a vestiario;
stranieri di tutte le sorti, fighe chiacchierone, stop.

Fa’ venire il vomito sto autobus a zigzagare per le parrocchie, evitando all’ultimo chi esce da messa, fermandosi e ripartendo ad ogni semaforo come un verme a spasso.

[to be continued…]

voce del verbo avere

Ho incontrato un uomo tatuato fino alle orecchie, ticchettare nervosamente con le dita sulle gambe, come se avesse fretta che qualcosa di fastidioso finisse.
Ho visto un bimbo con le gambe che non toccavano terra, bere avidamente da un brick di succo alla pera e rifiutare una merendina al cioccolato offertagli dal padre.
Ho incrociato una donna super truccata, con capelli e mani in ordine, vestire scarpe troppo grandi per lei su piedi brutti con lo smalto sbeccato.
Mi sono innamorata del ragazzo abbronzato dagli occhi azzurri e l’espressione assente e malinconica, mentre stava timidamente in piedi in attesa della sua fermata che, ahimè, non era la mia.
Ho sorriso ad un gruppo di ragazzi casinari che, dopo avermi vista infastidita sulla banchina, han rotto talmente tanto che son riusciti a farsi regalare un sorriso.
Ho aiutato un argentino in crisi che si soffiava con le mani, e quando rassegnato e sollevato dal casuale incontro col mio sguardo, mi chiede un fazzoletto e mi saluta con la frase “mi hai salvato la vita.”
Ho letto notizie inutili come “il divo di turno che si sfonda di cibo a Trastevere” della serie ma che davero? chissenefrega.
Ho ascoltato la mia musica con gli occhi chiusi, sperando che quel momento finisse il più in fretta possibile.
Ho odiato i cali di tensione al buio, ascoltando il mio cuore accelerare pregando di non perdere il controllo.
Ho aspettato, guardato, percepito, pestato e spinto, tremato e pianto.

Che meraviglia la Metropolitana.