Universi Paralleli

Il signore totalmente anonimo di fronte a me tira fuori un blocco di fogli tenuto dentro una busta di plastica, di quelle da quaderno ad anelli, li estrae a metà lasciando la parte inferiore nella busta ed inizia a leggere. È una serie di spartiti. In silenzio, tenendo il tempo un po’ a mente, un po’ con la matita e con il piede, studia.
La musica è una lingua che non sono riuscita ad imparare, e mentre per me quelli sono fogli muti, invidio lui e la sua conoscenza.
Chissà in che mondo è proiettati, cosa c’è ora nella sua testa, nel suo microscopico, personale ed immenso universo. Chissà che sinfonia si sta svolgendo silenziosa per lui, sotto i suoi occhi. Nica’s Dream, si chiama. Lui sembra correggerla, allungare qualche nota, sistemarne altre come farebbe una maestra di italiano sul tema disordinato di un alunno pigro.

Alla sua sinistra, dall’altra parte del corridoio, una signora. Di certo non una nativa digitale, d’altra parte non lo sono neanche io, ma almeno lei ci prova. È vestita bene, elegante e abbinata come neanche ai matrimoni io riesco ad essere. Gli occhiali bianchi con le stanghette tartarugate le danno un’aria moderna. Almeno lei ci prova, dicevo. Appoggiato al tavolino del treno, quello microscopico dove non ci sta neanche una copia di Topolino, tiene un iPad dal quale legge e sul quale tappetta continuamente. Scusate, non lo so il corrispettivo del verbo cliccare con i dispositivi touch, quindi accontentatevi.
Tappetta. E ad ogni tap un’espressione diversa, divertentissima. Ora è soddisfatta. Poi ride sotto i baffi. Poi quella faccia che faccio io quando qualcuno che non ho la minima idea di chi sia mi saluta per nome e mi chiede come sto. È stupendo come non si trattenga minimamente dall’esternare le sue emozioni, squotendo la testa con vigore quando trova qualcosa che proprio non la convince. Non vedo cosa c’è sull’iPad, scoprire che magari sta giocando a Candy Crush sarebbe esilarante.

La ragazza coreana al mio fianco ha provato senza successo ad attaccare alla presa elettrica l’adattatore da viaggio. Il “coso” era talmente pesante che staccava tutto e le cadeva sulle gambe, quindi dopo avermi detto “sory” due tre volte… ha rinunciato. Lei e il suo ragazzo stanno in viaggio; saliti a Firenze, se ne vanno a Roma in quel turbinio di tappe interminabile che piace tantissimo agli orientali: 7 giorni di viaggio 7 capitali italiane. Quei viaggi che per noi ciabattoni criticoni bracaloni fanfaroni sono assolutamente impensabili, ma solo perché pensiamo di essere i migliori dell’universo. Che poi io, dall’altra parte, non concepisco neanche una settimana in albergo a Caorle.

Quanti universi paralleli in poco più di 5 sedili.

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